Ultimamente ho provato a buttar giù una storia. Non so ancora se diventerà un romanzo, un racconto lungo o soltanto una prova di voce, però questo primo pezzo mi sembra abbastanza compiuto da poter stare da solo: un rientro in macchina dopo una partita, e il momento in cui una vittoria comincia a somigliare a una sconfitta.

Rientro

Rientro dal club con la racchetta sul sedile del passeggero, ancora calda di sole e terra battuta, con il grip umido sotto le dita, e per qualche minuto, mentre la BMW scivola lungo la strada alta di Monteluce con il motore che tossisce piano, educato, quasi vergognoso della propria potenza, posso fingere che la sera sia una cosa semplice: il cielo sopra Capo Vero è di un azzurro tardivo, ancora acceso dietro le terrazze, le ville si arrampicano sul fianco della collina come animali addomesticati e costosissimi, il mare in basso raccoglie l’ultima luce con quella sua aria servile da grande specchio messo lì per rassicurare chi ha già tutto, e io ho vinto.

Non “giocato bene”, non “tenuto il campo”, non una di quelle formule pietose con cui gli uomini potenti fingono sportività quando hanno appena assistito a un errore della natura; ho vinto davvero, sei-zero, sei-due. Nel secondo set gli ho lasciato quei due game come si lascia una mancia troppo visibile a un cameriere che ci disprezza: non per bontà, ma per paura che l’umiliazione, se troppo pura, diventi riconoscibile.

Lucian Reuss ha sorriso fino all’ultimo punto, questo bisogna concederglielo; ha sorriso con quella faccia magra e levigata da santo calvinista sopravvissuto a una fusione bancaria, con le vene blu sulle tempie, la polo bianca senza una piega, gli occhi fermi e assenti di chi ha imparato a farsi attraversare dalla realtà senza toccarla davvero, forse per disciplina, forse per ketamina, forse perché a un certo livello di reddito anche la coscienza diventa una funzione delegabile. Prima di ferirmi, però, ha fatto una cosa quasi buona: negli spogliatoi ha raccolto da terra il mazzo di chiavi caduto al ragazzo degli asciugamani e glielo ha passato chiamandolo per nome, chiedendogli se la madre stesse meglio. Non c’era pubblico. La gentilezza sembrava vera. Questo, invece di assolverlo, lo ha reso più difficile da odiare.

Gli ho visto cercare una spiegazione nei dettagli miserabili: la luce, il grip della racchetta, la tensione della rete, la spalla, una cena troppo pesante, un sonno cattivo, un messaggio arrivato prima della partita; tutto tranne l’ipotesi più semplice, e cioè che io, Ross, avessi ancora nel braccio un talento antico, idiota, inutile, un talento da ragazzo quindicenne che un tempo sapeva mandare una pallina dove voleva e poi tornava a casa a suonare Bach su un pianoforte verticale comprato a rate, prima che suo padre gli spiegasse, non senza tenerezza, che il mondo non paga gli uomini per essere belli nei movimenti, li paga per essere necessari.

Da allora ho fatto il necessario: ho studiato, ho lavorato, ho sposato Camille, ho comprato una casa che in qualunque altra città sarebbe stata nominata con rispetto, ottocentomila euro di muri chiari, vetro, giardino, pietra locale e una vista obliqua sul mare, ho una BMW di alta cilindrata, un appartamento in centro che affitto a studenti rumorosi e sinceramente poveri, una famiglia che mi ama e che io amo con una forma di devozione così seria da farmi paura. Eppure, appena supero il tornante dei cipressi e le prime case di Capo Vero si accendono una dopo l’altra, la mia vita intera comincia a rimpicciolirsi. La BMW diventa una vettura quasi amministrativa; la casa, una soluzione provvisoria; il lavoro, una subordinazione con parcheggio riservato.

Lucian è uno di loro, non il proprietario, certo: nessuno è mai il proprietario a Capo Vero, c’è sempre qualcuno sopra, un padre più opaco, un fondo più lontano, una fondazione nel Liechtenstein, un vecchio con la pelle trasparente che possiede anche il silenzio delle persone. Ma è abbastanza vicino al vertice da non dover essere gentile se non quando la gentilezza gli costa meno del disprezzo. Per questo, quando mi ha posato una mano sulla spalla, leggera come una diagnosi, e ha detto che avevo un rovescio “quasi indecente per un uomo con una vita così assennata”, ho capito che la partita era finita soltanto per me.

Ha parlato di Camille senza nominarla subito, come fanno gli uomini eleganti quando vogliono essere volgari ma non vogliono rinunciare alla protezione della sintassi. Ha detto che certe donne hanno “una fedeltà alla luce”, che non invecchiano ma “si precisano”, che alcune famiglie industriali producono figlie come producono marchi: con un controllo assoluto della superficie e una certa crudeltà nella distribuzione ereditaria. Poi ha sorriso, si è asciugato il collo con l’asciugamano del club, e ha aggiunto che dovevo essere un uomo “molto disciplinato” per vivere accanto a una donna così senza trasformarmi in un poeta, in un alcolizzato o in un idiota.

Non era una minaccia, naturalmente. A Capo Vero le minacce sono considerate una forma di cattivo gusto; si preferiscono le allusioni, perché l’allusione è una violenza che conserva la tovaglia pulita. Io ho riso. Ho prodotto un suono breve, competente, socialmente utile. Ho detto qualcosa sul matrimonio, forse sulla fortuna, forse sulla disciplina, non ricordo; ricordo solo che, mentre parlavo, immaginavo la mia racchetta spezzarsi con una precisione meravigliosa contro il suo zigomo sinistro, non per ucciderlo, nemmeno per fargli davvero male, ma per introdurre finalmente nel suo viso un argomento non finanziabile.

Poi mi sono vergognato, perché la vergogna è il residuo borghese dell’istinto omicida, e io sono, in ogni cellula che conta, un uomo borghese: credo ancora nelle ricevute, nelle buone scuole, nei contratti firmati, nelle visite mediche annuali, nei ringraziamenti scritti bene, nelle tende lavate prima dell’estate. Esco dal club e l’aria è così bella da sembrare innocente. La collina profuma di gelsomino, resina, dopobarba costosi e irrigazione automatica, come se la natura qui avesse accettato un incarico di consulenza.

Per un attimo, prima di mettere in moto, resto fermo nel parcheggio e guardo le altre auto: Porsche elettriche nere, Range Rover blindati, una Bentley color champagne, due SUV cinesi dal prezzo osceno e dal nome infantile, una vecchia Mercedes cabrio che vale più del mio appartamento in centro. La mia BMW è pulita, splendida, potente; mi fa schifo con una violenza che so essere ingiusta, e proprio perché so che è ingiusta mi fa ancora più schifo.

La ragione può anche compilare il suo verbale: Ross, trentacinque anni, sposato, sano, benestante, proprietario di due immobili, padre. Uomo fortunato sotto ogni parametro statistico della decenza occidentale. Ma il corpo non legge statistiche. Il corpo legge sguardi, pause, inviti arrivati tardi, sedie assegnate vicino alle cucine durante le cene della famiglia di Camille, il modo in cui suo cognato pronuncia “lavoro” quando parla del mio, come se fosse una fase necessaria ma un po’ volgare dell’esistenza.

Registra Lucian che perde sei-zero e poi mi parla di mia moglie come se stesse valutando un’acquisizione non ancora annunciata. Registra la sua pupilla troppo larga, il sorriso da asceta chimico, l’eleganza spettrale di chi non desidera più le cose perché le cose hanno imparato ad andare da lui. Registra il fatto che io, il vincitore, sto tornando a casa con la gola chiusa, mentre lui sarà già sotto una doccia tiepida, seduto sulla panca di marmo, senza concedermi neppure l’onore di un odio durevole.

Ci sono uomini che ti umiliano senza ricordarsene. Ti umiliano come respirano, come parcheggiano, come ordinano caviale a una cena di beneficenza per malattie che non saprebbero pronunciare, guardando già oltre, verso la prossima stanza illuminata. Io invece ricordo tutto. Ricordo frasi, inclinazioni del collo, odori, cifre, l’ordine dei bicchieri a tavola, il colore delle unghie di una donna che ride quando suo marito dice una cosa crudele ma formalmente ineccepibile.

La sera continua a essere magnifica. Questo è il peggio. Monteluce splende con la serenità pornografica dei luoghi che non chiedono perdono: le finestre alte riflettono l’oro del tramonto, i pini marittimi disegnano sul parabrezza ombre nobili, i muretti di pietra custodiscono giardini dove nessuna foglia sembra mai morire senza autorizzazione. Chi potrebbe compatirmi, vedendomi adesso? Un uomo abbronzato dal tennis, su una BMW lucida, di ritorno verso una casa luminosa, da una moglie chiamata Camille. Bisognerebbe essere pazzi per compatirmi. Bisognerebbe essere me.